12 giugno 2006

pot pourri.

se c'è qualcuno che, vista la mia assenza nell'aggiornare il blog, ha sperato in una mia volontà di abbandonare questo spazio pubblico, dovrà ricredersi, principalmente per due motivi.
innanzitutto per il post che sta leggendo, il quale credo sia una dimostrazione tangibile che, seppur con notevoli ritardi, non ho scordato l'esistenza di questo luogo; secondariamente per la costante intenzione, che ha attraversato tutti questi giorni, di rendere nota la mia presenza con un intervento magari più costruttivo rispetto all'ultima breve analisi sul problema dei carrelli del supermercato.
nelle scorse giornate, infatti, sono più volte arrivato al punto di scrivere il titolo e qualche riga di un nuovo articolo, salvo poi lasciar perdere il tutto per evidenti carenze di ispirazione o interruzioni per forze di causa maggiore.
il titolo di quest'oggi può apparire un po' strano, ma è il primo a cui ho pensato per definire un insieme, piuttosto eterogeneo, di fatti che si sono susseguiti dall'ultima volta che ho fatto capolino qui.
senza voler apparire come un seguace della scuola di studio aperto, non partirò con la notizia più seria.
sono iniziati i mondiali di calcio: euforia, colori ed inevitabili piogge di critiche sulla nazionale italiana.
vuoi per le vicende riguardanti le trame di illegittima concordia tra i poteri forti del campionato, vuoi per il proverbiale alone di antipatia che la squadra di lippi si porta dietro con sè assieme alla pasta e alle playstation, vuoi che, mai come in questa edizione, la lunga durata della nostra presenza in germania va contro ogni più roseo pronostico, tanto che i giornalisti chiedono tranquillamente ai giocatori e all'allenatore chi alzerà la coppa senza aspettarsi una risposta scaramantica, ma il gran vociare, in gran parte degli organi di stampa, che si è creato attorno al gruppo azzurro, è stato abbastanza fastidioso.
non nego che la situazione calcistica italiana sia ad un passo dal crollo definitivo, ma per un mese ogni quattro anni nasce il legittimo sentimento di tralasciare ogni discussione e protesta e di spalancare gli occhi di fronte a dribbling, contropiedi, rovesciate e pallonetti, a quello che è solo un'avvincente ed appassionante attività sportiva.
non è facile sapendo che, parallelamente, negli uffici giudiziari si parla di coinvolgimenti che entrano prepotentemente tra i convocati in trasferta tedesca, però rimuovere l'attenzione da questo e focalizzarla unicamente sul rettangolo erboso è una volontà diffusa.
il rischio c'è ed è rappresentato dal fatto che eventuali buone prestazioni della nazionale possano sminuire, anche a mondiale concluso, l'indubbio valore che le inchieste hanno acquisito.
io non vedo le due cose necessariamente collegate, ma è un'ipotesi da non scartare e decisamente preoccupante.
come se non bastasse, la televisione pubblica, peggio nota come rai, ha deciso di investire in maniera mirata i soldi che, annualmente, riceve dal canone versato dai contribuenti e, costantemente, dalle entrate nella casella sponsor.
grazie a costose produzioni e format sempre più danarosi, le casse della tv di stato sono arrivate un po' a secco al momento di farsi avanti per un prodotto di sicuro successo come i campionati del mondo.
è così la fase a gironi, che prevede una media di tre partite al giorno, viene drasticamente selezionata e la trasmissione è riservata ad un solo incontro.
apparentemente nulla di male, dopotutto siamo bombardati dal calcio ogni giorno dell'anno.
personalmente, però, trovo che i campionati del mondo di calcio siano un'occasione unica per chi ama questo sport o anche per chi è solo curioso di vedere partite dall'elevato tasso tecnico.
io stesso non seguo sfegatatamente ogni incontro caratterizzato da ventidue uomini che scalpitano, ma durante i mondiali si respira un'aria differente, fatta di bonario nazionalismo e circondata da una passione fugace, forse cieca e un po' beota, ma carica di positività.
per tornare a rabbuiarsi c'è ancora tempo.
un argomento ben più delicato e complesso è, invece, quello che riguarda la questione irachena.
in quella che fu la florida mesopotamia ora regna una confusione tale da colpire anche alcune espressioni linguistiche, che assumono un tono non così lontano dall'essere grottesco.
giusto per citare qualche esempio, abbiamo avuto a che fare con bombe dotate di intelligenza, soldati esportatori di democrazia e carri armati impiegati in missioni pacifiche.
tutti questi ossimori bellici hanno probabilmente una funzione di alleggerimento morale, quasi a voler trovare dei pretesti buonisti per giustificare una così massiccia presenza militare in quei territori.
l'effetto è evidentemente scarso e le cronache quotidiane sono sufficienti a dimostrare che in iraq il raggiungimento dell'ordine è ben distante dall'essere compiuto: attentati, rapimenti, rappresaglie sono solo alcune delle pennellate che compongono un quadro, seppur subdolamente atipico, di guerra.
il ruolo del contingente italiano è oltremodo complicato, sia perchè l'intervento delle forze armate non è mai stato appoggiato all'unanimità, che per il fatto che il pericolo, da variabile controllata, si sta sempre di puù trasformando in una feroce costante, che riesce a sopravvivere grazie al caos là regnante.
ora si parla concretamente di ritiro: graduale, da compiere nei più volte citati tempi tecnici, ma apparentemente improrogabile.
si tratta di un giusto ripiegamento, non di una fuga: i ragazzi che operano nelle missioni italiane all'estero sono forse valorosi, sicuramente ambiziosi, ma non eroi e morire violentemente non è una scusa per fregiarli di questo titolo, ma una dolorosa conseguenza del loro difficile e coraggioso lavoro.
sempre dal fronte iracheno c'è da segnalare l'uccisione di al zarqawi, la quale ha creato un inspiegabile sollievo; il suo ruolo era sicuramente rilevante, ma ormai la sua figura era diventata equivalente ad un simbolo, con il quale rivendicare azioni terroristiche e tramite il quale diffondere i noti messaggi anti-occidentali.
oltretutto il modo in cui è stato ammazzato riflette le ambiguità di questa guerra: le forze statunitensi erano a conoscenza dell'esatta posizione di zarqawi, ma invece di studiare un piano d'attacco a terra e concludere il blitz con un arresto, hanno preferito colpire, con un raid aereo, l'intera abitazione sotto la quale, oltre al vero obiettivo dell'operazione militare, risiedevano altre persone a lui vicine tra cui, pare, anche un bambino, caduto come gli altri sotto i colpi americani.
quasi a sbeffeggiare tanta aggressione, al zarqawi non è morto subito, ma ha addirittura tentato di reagire e di pronunciare qualche parola prima di perire e di essere immortalato in un'eloquente scatto fotografico.
tornando su qualcosa di più disteso, rendo noto che mila sta rapidamente crescendo ed è ormai un'inquilina ordinata e piena di simpatia.

3 Comments:

At 12 giugno, 2006 23:40, Blogger Ale said...

Ritorno in grande stile!!! d;)

 
At 20 luglio, 2006 17:40, Anonymous Anonimo said...

non capisco davvero l'utilità di tutti quei grassetti nei tuoi post...

P_

 
At 21 luglio, 2006 23:04, Blogger LuKa said...

non capisco davvero l'utilità di questo tuo commento...

L_

 

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